Ott 14, 2026 | news, periodico
“Oltre lo specchio, comprendere e affrontare i disturbi dell’alimentazione”
con Stefania Zanotti, medico psicoterapeuta
Veronica Lodovichi, psicologa psicoterapeuta ed
Eleonora natalizio, dietista
Membri dell’équipe multidisciplinare dell’ambulatorio di diagnosi e cura dei disturbi dell’alimentazione della nutrizione con sede a Bergamo dal nome :”6al centro” in via Verdi, 2 .
E con la partecipazione di Gianangelo Lazzari, vicepresidente dell’associazione genitori per la lotta ai disturbi alimentari.
La serata è stata dedicata a un tema delicato e sempre più attuale: i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, patologie complesse che interessano in particolare adolescenti e giovani.
A introdurre l’argomento è stata la dott.ssa Zanotti dello Studio “6 al Centro”, ambulatorio specializzato nella diagnosi e nella cura dei disturbi del comportamento alimentare, presente a Bergamo e Brescia.La dottoressa ha sottolineato innanzitutto l’importanza di una presa in carico multidisciplinare: psicoterapeuti, dietiste, psichiatra e, quando necessario, internista lavorano insieme, perché questi disturbi coinvolgono contemporaneamente corpo, mente, emozioni e relazioni.Particolarmente significativi i dati presentati: i disturbi alimentari interessano soprattutto i giovani e negli ultimi anni si è osservato un progressivo abbassamento dell’età di esordio, con un aumento dei casi anche sotto i 14 anni. Sono inoltre in crescita i casi nella popolazione maschile.Anoressia e bulimia: il cibo è solo la parte visibile
Ampio spazio è stato dedicato ad anoressia e bulimia nervosa.
Nell’anoressia prevalgono la paura di ingrassare, la restrizione alimentare, il bisogno esasperato di controllo e una percezione alterata del proprio corpo. Nella bulimia si instaura invece frequentemente un circolo di restrizione, fame, perdita di controllo, abbuffata e successivi comportamenti compensatori.In entrambi i casi, però, il rapporto problematico con il cibo rappresenta spesso soltanto la manifestazione più visibile di un disagio molto più profondo.Uno degli aspetti più interessanti dell’intervento è stato infatti leggere il disturbo alimentare anche come possibile espressione di una difficoltà nel processo di crescita.L’adolescenza comporta trasformazioni profonde: accettare un corpo che cambia, separarsi progressivamente dalla famiglia, costruire la propria identità, confrontarsi con i coetanei e affrontare le prime relazioni affettive. Quando emozioni e conflitti diventano difficili da riconoscere ed esprimere, può essere il corpo a diventare il linguaggio attraverso il quale quel disagio viene manifestato.Tra i fattori di vulnerabilità sono stati ricordati bassa autostima, perfezionismo esasperato, bisogno di controllo, paura del giudizio, rigidità del pensiero e difficoltà nel riconoscere le proprie emozioni.
Il peso della società dell’immagine
Importante anche la riflessione sul contesto sociale nel quale crescono oggi i ragazzi.Bellezza, magrezza, successo e prestazione rischiano di trasformarsi in veri e propri valori. Social network e modelli estetici possono amplificare questa pressione proprio nel momento in cui l’identità dell’adolescente è ancora in costruzione.A questi elementi possono aggiungersi eventi scatenanti quali diete molto rigide intraprese precocemente, cambiamenti fisici, infortuni sportivi, lutti, separazioni o situazioni che mettono in crisi l’autostima.Prevenire significa aiutare a costruire un’identità
Accanto ai fattori di rischio, la serata ha posto grande attenzione sui fattori protettivi.
Prevenire significa aiutare i ragazzi a costruire un’autostima che non dipenda esclusivamente dall’aspetto fisico o dalla prestazione, insegnare loro a riconoscere le emozioni e ad accettare cambiamento, frustrazione e imperfezione.Fondamentale è il ruolo della famiglia: ascolto, dialogo, sicurezza emotiva e limiti chiari, evitando che corpo, peso e cibo diventino oggetto continuo di giudizio.Altrettanto importanti sono la scuola, le amicizie e la socialità. In particolare, è stata sottolineata l’importanza di formare gli adulti affinché sappiano riconoscere precocemente i campanelli d’allarme. La tempestività dell’intervento può infatti incidere in maniera determinante sul percorso di cura.
Dal “corpo performante” al “corpo da abitare”
La seconda parte dell’incontro ha coinvolto i presenti in una breve esperienza di rilassamento, respirazione e consapevolezza corporea.
Il significato dell’esperienza è stato quello di mostrare quanto, nei disturbi alimentari, possa crearsi una separazione tra una mente che controlla e giudica e un corpo che la persona fatica invece a sentire e riconoscere.
Uno degli obiettivi terapeutici diventa allora accompagnare la persona dal “corpo performante”, che deve continuamente rispondere a modelli e aspettative, a un “corpo da abitare”, riconosciuto e accettato insieme alle proprie risorse e fragilità.
A concludere la serata è intervenuto Angelo Lazzari, vicepresidente di Agenda Lilla, associazione nata dall’esperienza di genitori delle province di Bergamo e Brescia.
L’associazione svolge attività di prevenzione e offre sostegno alle famiglie, anch’esse profondamente coinvolte nel percorso della malattia.Un messaggio è emerso con particolare chiarezza: la battaglia non deve diventare quella dei genitori contro il figlio o la figlia, ma quella della famiglia, insieme, contro la malattia.
La serata ha lasciato quindi una riflessione importante: prevenire un disturbo alimentare non significa soltanto parlare di alimentazione, ma creare contesti nei quali un giovane possa costruire la propria identità, accettare anche le proprie fragilità e trovare le parole per esprimere ciò che sente, senza dover affidare al corpo ciò che non riesce ancora a dire.
Ott 14, 2026 | news, periodico
“LA RICERCA CHE UNISCE: UN PONTE SCIENTIFICO TRA ITALIA E STATI UNITI“ con IL NOSTRO ILLUSTRE SOCIO ROTARIANO
DOTTOR ANDREA SALVI,che ha ricevuto un premio per la sua carriera non solo di dottore specializzato in ortopedia ma amche di grande divulgatore su innumerevoli riviste scientifiche internazionali .
“La curiosità come motore della conoscenza”
È stato un riconoscimento inatteso, e forse proprio per questo ancora più emozionante. A raccontarlo ai soci è stato il Dottor Andrea Salvi, ripercorrendo una parte della propria carriera professionale e scientifica.A consegnargli la targa è stato il Professor Bertelli, un vecchio compagno dei tempi dell’Università, con il quale aveva condiviso lo studio di materie come Anatomia patologica e Medicina legale. Una persona che Salvi ricorda come estremamente riservata, ma dotata di una straordinaria curiosità scientifica e capace, già alla fine degli anni Novanta, di intuire le potenzialità di Internet come strumento di ricerca e di conoscenza.Dopo molti anni durante i quali le loro strade si erano separate, l’incontro è diventato l’occasione per una sorpresa: «In questi anni abbiamo seguito quello che hai fatto a livello scientifico, ciò che hai studiato e pubblicato. Questa targa te la meriti»,furono le parole che il Professor Bertelli disse ad Andrea consegnandogli un premio per le sue innumerevoli pubblicazioni in campo scientifico è per il ponte di conoscenza che ha saputo costruire tra Stati Uniti e Italia.
Da quelle parole è nato il racconto di una carriera scientifica costruita soprattutto attraverso la curiosità.
I primi lavori risalgono ai primi anni Duemila. Dalle pubblicazioni sulle riviste italiane, Salvi iniziò progressivamente a confrontarsi con riviste scientifiche internazionali, collaborando con università italiane e straniere. E questo anche mentre esercitava in realtà ospedaliere relativamente piccole, dimostrando come la ricerca non debba necessariamente nascere soltanto nei grandi centri universitari.Uno degli episodi più curiosi raccontati durante la serata riguarda proprio questa capacità di osservare un problema quotidiano e cercare una soluzione semplice.Nel 2008, dovendo affrontare un intervento per una frattura di tibia, Salvi stava riflettendo su come rendere più semplice e preciso il posizionamento dei sistemi di bloccaggio del chiodo endomidollare, riducendo anche il ricorso ai raggi X. Passando davanti a una ferramenta ebbe un’intuizione: utilizzare una semplice rete metallica come riferimento esterno.Comprò pochi metri di rete, la ritagliò, la provò inizialmente su modelli ossei sintetici e successivamente ne verificò l’utilità nella pratica clinica. Quella soluzione, nata da un oggetto comunissimo e da una spesa irrisoria, divenne materia di una pubblicazione scientifica internazionale.È forse questo episodio a rappresentare meglio il filo conduttore del suo racconto: innovare non significa necessariamente disporre di tecnologie sofisticate; significa prima di tutto osservare un problema con occhi diversi.
La stessa curiosità lo portò anche fuori dalla pratica strettamente chirurgica.
Studiando la cosiddetta “balcanica”, la struttura utilizzata storicamente per la trazione dei pazienti traumatizzati, si pose una domanda apparentemente semplice: chi l’aveva inventata?La risposta, tuttavia, non era affatto facile da trovare.Cominciò così una ricerca tra documenti e università dell’area balcanica, coinvolgendo colleghi croati e ricercatori internazionali. Da quella ricerca nacque un lavoro sulla storia di questo dispositivo, accolto da una prestigiosa rivista internazionale di traumatologia. La pubblicazione ebbe inoltre una conseguenza inattesa: permise di riportare alla luce la figura del suo ideatore e di entrare in contatto con i suoi discendenti, che espressero personalmente la loro gratitudine per aver recuperato una parte della memoria scientifica della famiglia.
Nel corso degli anni arrivarono altre pubblicazioni, collaborazioni con università italiane e straniere, dagli Stati Uniti al Brasile, e l’attività di revisore per riviste scientifiche internazionali.
Salvi ha ricordato con particolare soddisfazione anche la scoperta che alcune sue intuizioni e tecniche erano state citate nella letteratura specialistica internazionale o utilizzate come materiale di insegnamento.Ma il senso più profondo del racconto non era quello di elencare pubblicazioni o riconoscimenti.Era piuttosto quello di raccontare il piacere della conoscenza e della sua condivisione.«Mi piaceva confrontare quello che osservavo io con quello che avevano osservato gli altri. Ogni lavoro mi permetteva di imparare qualcosa e di fare un passo avanti».
Una filosofia che possiede una forte affinità con lo spirito rotariano: mettere competenze, esperienza e curiosità al servizio degli altri, creando relazioni e facendo circolare idee e conoscenze oltre i confini professionali e geografici.
Non sono mancate, naturalmente, le difficoltà. Salvi ha ricordato anche alcuni concorsi e passaggi della propria carriera ospedaliera nei quali il valore scientifico non sempre si è tradotto in un riconoscimento professionale. Esperienze che gli hanno lasciato qualche amarezza, ma che non hanno modificato il giudizio su quegli anni.Anzi.Guardandoli oggi, li considera anni intensi e appassionanti, nei quali ha potuto sperimentare, studiare, viaggiare, incontrare colleghi e ricercatori di molti Paesi e soprattutto continuare a imparare.
Con il tempo, ha raccontato, cambia anche il modo di esercitare la medicina. L’esperienza rende più prudenti, insegna a valutare maggiormente i rischi e a comprendere che ogni fase della vita professionale possiede un proprio modo di guardare alle cose.
Forse proprio per questo quella targa ricevuta tanti anni dopo ha assunto un significato particolare.Non soltanto il riconoscimento di ciò che è stato pubblicato, ma il riconoscimento di un atteggiamento verso la professione: continuare a farsi domande, non accontentarsi delle soluzioni già esistenti, confrontarsi con gli altri e condividere ciò che si è imparato.E, come ha ricordato lo stesso Salvi citando un antico detto, nemo propheta in patria: talvolta il valore di ciò che facciamo viene riconosciuto prima lontano da casa.
Ma quando quel riconoscimento arriva, magari dopo molti anni e attraverso una persona che appartiene alla nostra storia, riesce anche a restituire il senso di un intero percorso.
Un percorso fatto di medicina, ricerca e intuizioni, ma soprattutto di una curiosità che non ha mai smesso di trasformarsi in conoscenza condivisa.
Mag 11, 2026 | news, periodico
La serata ha raccontato il mondo affascinante della Mille Miglia e delle gare di regolarità per auto storiche, attraverso gli interventi di Walter Consoli e Alberto Aliverti che ha sostituito l’amico Sergio Carrara.
Alberto ci ha spiegato che la vera Mille Miglia, disputata dal 1927 al 1957, era una gara di velocità: le auto partivano da Brescia, arrivavano a Roma e tornavano indietro. Tutto cambiò dopo il tragico incidente del 1957 a Cavriana, in cui morirono il pilota Alfonso de Portago, il navigatore e alcuni spettatori. Da allora nacquero le gare di regolarità, dove non vince chi corre più veloce, ma chi riesce a mantenere con precisione tempi e passaggi stabiliti al centesimo di secondo.
I relatori hanno raccontato che partecipare alla Mille Miglia moderna è estremamente difficile e costoso: ogni anno arrivano circa mille richieste da tutto il mondo, ma vengono accettati solo circa quattrocento equipaggi. Le auto devono essere modelli che abbiano realmente partecipato alla Mille Miglia storica.
Grande spazio è stato dedicato alla Coppa delle Alpi, gara collegata alla Mille Miglia che si svolge tra Italia, Svizzera, Austria e altri Paesi alpini. Walter Consoli ha raccontato la sua esperienza accanto all’amico Sergio Carrara: giorni intensi, migliaia di chilometri, prove di precisione, fatica fisica, emozioni e grande amicizia. I due hanno ottenuto risultati importanti, vivendo un’avventura fatta di passione, concentrazione e spirito di squadra.
È emerso anche quanto siano fondamentali l’intesa tra pilota e navigatore, la preparazione tecnica e l’allenamento continuo. Le gare richiedono infatti precisione assoluta, sensibilità nei tempi e perfetta sintonia con la vettura.
Oltre all’aspetto sportivo, i partecipanti hanno sottolineato la magia umana della Mille Miglia: l’accoglienza delle città, le folle lungo le strade, l’entusiasmo delle persone e il fascino senza tempo delle auto storiche rendono questa esperienza unica e profondamente emozionante.
Avendo trascorso una preziosa serata ricca di racconti entusiasmanti,ma senza la partecipazione di Sergio ,ho riproposto per il 4 Giugno una altra serata con la presenza di Sergio Carrara,per poter continuare ad ascoltare meravigliosi aneddoti di un mondo ai più sconosciuto, ma molto affascinate
Mag 11, 2026 | news, periodico
Il 30 Aprile 2026 è stata una bellissima occasione per rivederci e ascoltare con interesse il nostro socio Gian Battista Gualdi che avendo una società chiamata “Abracadabra”, si occupa di magia e ci ha condotto nel mondo dell’ipnosi …anche se il relatore ha chiarito subito una cosa: l’ipnosi non è magia, non è sonno e non è un potere speciale.
L’ipnosi è uno stato naturale della mente, che viviamo spesso senza accorgercene: quando siamo molto concentrati, quando immaginiamo qualcosa, quando ci perdiamo nei pensieri o quando stiamo per addormentarci.
Il messaggio principale è stato che dentro ognuno di noi ci sono risorse, capacità e forze che spesso non sappiamo di avere. L’ipnosi serve proprio ad aiutare la persona a farle emergere.
Il relatore ha spiegato che nessuno può essere ipnotizzato se non vuole. La fiducia è fondamentale: ci si lascia guidare solo da chi percepiamo come affidabile.
Ha parlato anche dell’uso dell’ipnosi in ambito medico, per esempio per aiutare a gestire dolore, ansia e paura durante alcune procedure. Non perché la persona “dorma”, ma perché la mente riesce a concentrarsi in modo diverso e più potente.
Un altro concetto importante è stato quello dell’immaginazione. La parola “immagina” è molto forte, perché permette alla mente di vedere possibilità nuove. Chi sa immaginare può anche progettare, cambiare, migliorare e realizzare qualcosa.
Durante la serata sono stati fatti piccoli esperimenti:
- incrociare le braccia in modo diverso dal solito;
- abbracciarsi per 20 secondi;
- osservare immagini che cambiano a seconda della concentrazione;
- fare un breve esercizio di rilassamento guidato.
Tutto serviva a mostrare che la nostra mente è abituata a certe strade, ma può impararne di nuove.
Il relatore ha spiegato anche la differenza tra guidare e manipolare.
Manipolare significa spingere qualcuno a fare qualcosa contro la sua volontà.
Guidare, invece, significa sostenere una persona, mettersi al suo servizio e aiutarla a trovare una strada.
Ha citato anche lo sport, il public speaking, il lavoro, la leadership e la vita quotidiana: in tutti questi ambiti la mente può diventare una grande alleata.
Il messaggio finale è stato molto positivo:
non dobbiamo restare prigionieri delle nostre paure o delle nostre convinzioni limitanti. Dentro di noi c’è già molto di più di quello che pensiamo.
E, come nella frase citata alla fine:
ieri è storia, domani è mistero, ma oggi è un dono: per questo si chiama presente.
Mag 11, 2026 | news, periodico
È stato un vero piacere essere presenti a questo INTERCLUB che ha dato la possibilità al nostro club di toccare con mano un temp,che anche se non ci tocca personalmente è molto importsnte per la comunità.La relatrice ha spiegato in modo molto umano e concreto che il carcere, da solo, non basta a risolvere il problema della criminalità.
Anzi: oggi il vero tema è aiutare le persone a reinserirsi nella società, lavorando molto “sul fuori”, cioè sulla comunità, sul lavoro, sulla casa e sulle relazioni.
Ha raccontato la sua esperienza iniziata nel 1991 lavorando in carcere, quando i detenuti erano spesso persone con una vera “carriera criminale”. Oggi invece il carcere è cambiato moltissimo: è pieno di persone fragili, con problemi psichici, dipendenze, povertà, solitudine e spesso senza casa o documenti.
Molti detenuti non riescono ad accedere alle misure alternative non perché siano pericolosi, ma perché non hanno i requisiti minimi:
- un domicilio,
- un lavoro,
- una famiglia che li accolga.
Ha sottolineato che il sovraffollamento è gravissimo: il carcere ospita molte più persone di quelle previste e questo crea condizioni disumane, tensioni e anche un forte aumento dei suicidi.
Secondo lei, la sicurezza vera non si ottiene lasciando le persone chiuse per anni, ma creando percorsi graduali di reinserimento:
- lavoro,
- formazione professionale,
- lavori socialmente utili,
- sostegno psicologico,
- comunità che accolgono.
Ha spiegato strumenti come:
- l’articolo 21, che permette ai detenuti di uscire per lavorare e poi rientrare in carcere;
- l’affidamento in prova ai servizi sociali;
- la semilibertà;
- la messa alla prova, che evita il carcere per reati meno gravi e prevede attività utili alla collettività.
Un punto molto forte del suo intervento è stato questo:
“Le persone non sono il reato che hanno commesso.”
Ha detto che spesso chi entra in questi percorsi può essere chiunque:
- giovani,
- professionisti,
- insegnanti,
- medici,
- persone normali che hanno commesso errori o si sono trovate in situazioni difficili.
Per questo la società dovrebbe smettere di vedere il carcere come “un mondo separato”.
Ha anche parlato del ruolo fondamentale delle associazioni, fondazioni e cittadini:
- offrire opportunità di lavoro,
- corsi,
- mediazione linguistica,
- attività culturali,
- gruppi di lettura,
- arte terapia,
- volontariato.
Tutto questo aiuta le persone a diventare più responsabili e a non tornare a delinquere.
Infine ha spiegato che anche il loro ufficio lavora con pochissime risorse e personale insufficiente, nonostante seguano migliaia di persone tra carcere e misure esterne.
Il messaggio finale è stato molto chiaro:
- evitare il carcere quando possibile aiuta tutti;
- mantenere legami con famiglia, lavoro e società è fondamentale;
- accogliere in modo serio e controllato significa fare sicurezza vera;
- la comunità deve sentirsi parte della soluzione, non estranea al problema.
Poter salutare tutti gli amici Rotariani degli altri club è sempre un bellissimo momento ricco di soddisfazioni
Apr 22, 2026 | news, periodico
Una serata di pensiero, esperienza e profondità umana con la straordinaria presenza di Don Giulio Dellavite che ci ha illuminato con il suo pensiero: “dal fare all’essere”, un’occasione anche per rivedere i soci del club satellite Orio International
La conviviale ci ha donato una serata intensa, ricca di contenuti, ma soprattutto di umanità, nella quale il racconto personale si è intrecciato con la riflessione culturale, spirituale e perfino manageriale, offrendo a tutti i presenti non solo spunti di pensiero, ma autentiche occasioni di introspezione. Con linguaggio brillante, vivace, a tratti ironico e sempre profondamente autentico, il relatore ha accompagnato i presenti in un percorso che non è stato soltanto il racconto della propria vocazione e della propria esperienza ecclesiastica, ma anche una vera meditazione sul significato del servire, dello scegliere, del rinnovarsi e del saper leggere la realtà in profondità.

Proprio attorno al verbo servire si è snodato uno dei fili conduttori più affascinanti della serata. Servire non come gesto passivo, ma come capacità alta e consapevole di mettersi a disposizione degli altri, di comprendere il valore delle cose oltre il semplice calcolo dei costi, di valutare non soltanto i risultati, ma anche le reazioni che essi generano e le relazioni che costruiscono o, talvolta, incrinano. Una visione matura, profonda, che ha mostrato quanto il vero successo non possa mai essere separato dal valore umano delle scelte compiute. Il racconto biografico, iniziato dai primi anni in seminario e proseguito poi attraverso gli incarichi pastorali, gli studi, l’esperienza romana e i dieci anni vissuti in Vaticano, ha restituito ai presenti il ritratto di un uomo che ha saputo trasformare ogni tappa della propria vita in un’occasione di crescita. Ne è emersa con forza una convinzione: ogni ruolo, anche il più alto, ha senso solo se non perde mai il contatto con la realtà concreta delle persone.
Molto suggestiva la riflessione sul significato dell’essere “capo” o guida. Non basta comandare: occorre saper ascoltare in profondità, sostenere, rialzare, accompagnare, aiutare gli altri a trovare equilibrio e possibilità di crescita. Un vero leader, ci è stato ricordato, non è colui che impone, ma colui che sa supportare, nel senso più pieno del termine: portare su, sostenere, e poi aiutare ad andare oltre. Tra i passaggi più coinvolgenti, il relatore ha sottolineato come il cambiamento non sia mai un fatto semplice o spontaneo. Tutti desiderano che le cose cambino, ma pochi sono davvero disposti a cambiare. Per farlo occorre rompere schemi, abbandonare sicurezze, avere il coraggio di guardare le cose da un’altra prospettiva. È stato un invito forte a non restare prigionieri dell’abitudine, ma a diventare persone capaci di leggere il presente, comprendere i segni del tempo e osare nuovi passi.
Di straordinario fascino anche la parte dedicata ai Pontefici incontrati o studiati da vicino, riletti non solo come grandi figure della storia della Chiesa, ma come risposte provvidenziali ai bisogni di epoche differenti. Da Pio XII a Giovanni XXIII, da Paolo VI a Giovanni Paolo II, da Benedetto XVI a Papa Francesco fino a Papa Leone, il racconto ha restituito il senso di una Chiesa che, pur tra difficoltà e cambiamenti, continua a cercare il linguaggio giusto per parlare al proprio tempo. Particolarmente toccante la riflessione conclusiva sui giovani e sulla spiritualità contemporanea. Secondo quanto emerso, i giovani di oggi non sono affatto privi di ricerca interiore: forse sono meno legati alla religiosità tradizionale, ma sono profondamente assetati di senso, autenticità, ascolto, verità. Questo dato, letto con lucidità e speranza, è apparso come una sfida ma anche come una grande opportunità per il futuro.

La serata ha lasciato nei presenti la sensazione preziosa di aver ascoltato non soltanto una testimonianza, ma una vera lezione di vita: sul coraggio di cambiare, sull’umiltà del servire, sulla necessità di ascoltare davvero e sulla responsabilità di far crescere, insieme a noi stessi, anche chi ci è accanto.
Il messaggio più bello emerso nel corso della conviviale è stato proprio questo: non cresciamo davvero da soli; diventiamo più grandi soltanto quando aiutiamo a crescere anche gli altri .